Una vita umana strappata con ferocia, crudeltà e accanimento da parte di un altro essere umano è un evento che, sul piano spirituale, cristiano, sociale ed esistenziale, pesa gravemente, indipendentemente dalla classificazione del gesto sul piano giuridico.
È inammissibile che, nonostante tutto l’impegno profuso anche in ambito scolastico, la cultura della non violenza non riesca a radicarsi e, anzi, sortisca paradossalmente risultati di segno opposto, soprattutto nel male di genere.
Ed è proprio il male di genere — l’odio, la malvagità — che il legislatore ha inteso affrontare ulteriormente, con interventi specifici non solo di natura afflittiva e processuale, ma anche preventiva, per contrastare l’assassinio di una donna.
Con la dibattuta legge che ha introdotto il delitto di femminicidio, entrata in vigore lo scorso 17 dicembre, si è cercato di incidere anche sulla sfera del maltrattante: perché la tipizzazione del reato lo impressioni, perché l’approccio conoscitivo della nuova norma sia un monito, abbia un peso dissuasivo.
L’accento è stato posto sia sul piano sanzionatorio — ergastolo! — sia su quello descrittivo, affinché l’allarme sociale abbia un’eco esponenziale, laddove comprendiamo che si viene uccise in quanto donne.
È qui, a mio avviso, che si concentra il maggiore sforzo legislativo: in quel “in quanto donna” richiamato dall’art. 577-bis del codice penale. È su questo punto che dobbiamo soffermarci, per continuare un duro, inesorabile lavoro sociale e culturale, capace di restituire il Genere al genere femminile e rafforzarlo nell’affrontare la dinamica relazionale di coppia in modo sano — fino a raggiungere la consapevolezza della non paura, della non dipendenza, della non subordinazione.
Questa nuova fattispecie criminosa ha purtroppo trovato la sua prima applicazione nell’ambito dell’efferata uccisione e macellazione di Federica Torzullo. Il nuovo dramma di Anguillara ha oggi, per quanto emerge dalla cronaca, come protagonista un marito al quale non sono bastate ventitré coltellate. L’autopsia appena eseguita avrebbe rilevato distretti corporei martoriati, devastati — tra cui un’amputazione e uno schiacciamento — fino al successivo e impietoso occultamento del corpo.
Questo non è solo femminicidio.
È stuprare la vita.
Cannibalizzarla.
Articolo a cura di Avv.ta Daniela Corrado, vice responsabile area giuridica “Fermiconlemani”