Ieri mattina, come ogni mattina mentre facevo colazione, ho aperto i social, volevo come ogni mattina fare gli auguri di buon compleanno agli amici di social e non solo, ma mi è apparsa subito una notizia, che ha fermato la solita routine: Matteo 35 è stato trovato morto in casa, si è tolto la vita, don Matteo si è sentito talmente solo che l’unica via di uscita che ha visto per incontrare qualcuno è stato togliersi la vita, sembra un paradosso, ma….
La notizia mi ha colpito, sì è stato come un cazzotto nello stomaco, tristezza, rabbia, amore, confusione…. mi ha colpito cosi forte per vari motivi….. no, don Matteo non lo conoscevo ma posso immaginare cosa abbia provato, come si sia sentito.
E mentre guardavo la sua foto, tanti pensieri hanno affollato la mia mente, che voglio condividere.
Tante volte, da mia madre ho sentito di storie del periodo postbellico, storie o meglio fatti che in prima persona lei ha vissuto, dove la fame di pane era veramente tanta, dove poter mangiare anche solo un tozzo di pane faceva la differenza tra la vita e la morte.
Tanto è cambiato, per mia madre, e per la società in genere, non è mia intenzione assolutamente sottovalutare il problema della fame, ma, a me sembra che alla fame di cibo si sia aggiunta la fame di senso, la fame di felicità, la fame di amore, la fame di umanità.
In Marco 4,4 Gesù rispondendo al tentatore dice:
Ma egli rispose: “Sta scritto:
Non di solo pane vivrà l’uomo,
ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio”.
La spessa risposta al tentatore la ritroviamo anche in Luca 4,4:
Gesù gli rispose: “Sta scritto: Non di solo pane vivrà l’uomo”.
Risposta che Gesù riprende da Deuteronomio 8,3:
Egli dunque ti ha umiliato, ti ha fatto provare la fame, poi ti ha nutrito di manna, che tu non conoscevi e che i tuoi padri non avevano mai conosciuto, per farti capire che l’uomo non vive soltanto di pane, ma che l’uomo vive di quanto esce dalla bocca del Signore.
Sì l’Uomo non vive di solo pane, le neuroscienze lo sottoscrivono che sin dalla nascita, l’allattamento al seno rappresenta un momento cruciale nello sviluppo umano, non solo per il nutrimento fisico del neonato, ma anche per la formazione di legami affettivi profondi e per lo sviluppo delle reti cerebrali. Le neuroscienze moderne hanno dimostrato come questa pratica influenzi strutture cerebrali, processi emotivi e capacità relazionali, creando un ponte tra il livello biologico e quello psicoemozionale. La fame di senso, affligge molti oggi. Come sottolinea Lacan, l’essere umano è sempre alla ricerca del “Altro” che lo riconosca, e questa fame di riconoscimento si traduce in una fame di amore, di senso, di umanità. Lacan (1960) parla di “desiderio dell’Altro” come motore fondamentale della soggettività, e la mancanza di questo riconoscimento può portare a forme di angoscia e frammentazione identitaria.
La fame della Parola, richiama la dimensione simbolica e spirituale dell’esistenza, che va oltre il bisogno fisiologico. In psicologia, la teoria di Erik Erikson sulla “crisi di identità” (Erikson, 1950) evidenzia come il senso di appartenenza e di significato siano fondamentali per uno sviluppo psichico equilibrato. La mancanza di questi può portare a sensazioni di vuoto e depressione, come evidenziato anche nelle teorie di Bowlby sulla “deprivazione affettiva” (Bowlby, 1951), che sottolinea come l’assenza di attaccamenti sicuri possa predisporsi a rischi psichici come ansia e disturbi dell’umore.
La risposta che Gesù dà al tentatore si collega anche all’idea di Lacan del “Nome-del-Padre” come simbolo che dà senso e ordine al desiderio. La fame di senso, di parole che diano significato, è insaziabile e ci spinge a cercare risposte che spesso troviamo solo nella dimensione spirituale e nel riconoscimento dell’Altro.
E allora oltre al pane di cosa abbiamo bisogno? di ogni parola che esce dalla bocca del Signore, quale parola? Spesso mi sono sentito rispondere: la Parola Biblica!
Questa risposta mi rimanda ad un’altra scena di biblica memoria anche questa, un certo Pilato che si lava le mani; o di un certo Adamo che risponde: la donna che tu mi hai dato; o ancora di una certa Eva che risponde il serpente che tu hai creato me l’ha dato.
Questa dinamica può essere letta come la “proiezione” (Freud, 1911) e la “rimozione” di responsabilità, meccanismi difensivi di fronte alla paura di affrontare l’Altro e il proprio dolore. Come afferma Winnicott (1965), “la presenza dell’Altro è ciò che permette di sviluppare un senso di sé stabile”: l’incontro con l’Altro è quindi fondamentale anche per la costruzione dell’identità e per l’integrazione delle parti di sé.
In Genesi 1, 28, dopo che Dio ha portato a compimento la creazione, da un mandato all’Uomo, quello di dominare sulla creazione intera, e aggiunge vide quanto aveva fatto ed era cosa molto buona, e solo allora può creare il sabato per il suo riposo.
Dominare, che termine scomodo, quasi infastidisce, ma il dominare biblico indica un governare, prendersene cura come fa il Buon Pastore; dominare deriva dal latino dominari, che a sua volta deriva da dominus, che significa “signore”, a me sembra che il mandato di Dio ad ogni Uomo/Donna sia quello di essere la Sua presenza nella creazione, di essere la Sua parola nella creazione, e della creazione né fa parte anche l’uomo/donna, ogni UOMO/DONNA che diventa anche mia, tua responsabilità.
Martin Buber lo ha spiegato magistralmente nel Cammino dell’uomo, dove sottolinea che, l’incontro con il “Tu” è considerato la via principale per la realizzazione dell’uomo. Attraverso questo incontro, l’individuo può superare l’isolamento e trovare un significato più profondo nella propria esistenza. In psicoanalisi, si riconosce che il dolore più profondo nasce spesso da un senso di isolamento e di mancanza di ascolto: “L’uomo ha bisogno di essere riconosciuto nel suo essere, nel suo Tu”. La solitudine estrema può portare a una crisi esistenziale, come suggerisce Freud nel suo concetto di “angoscia di abbandono” (Freud, 1926), quella sensazione di essere lasciati soli con il proprio dolore, senza un’ancora di salvezza.
A me sembra che sia arrivato il momento, e con urgenza, di passare dall’atto di fare l’elemosina alla responsabilità di esercitare il “dominio della Carità”, che implica un coinvolgimento autentico e attivo nel riconoscimento dell’Altro. Come diceva Lacan, “il desiderio dell’Altro è ciò che dà senso alla nostra vita”, e solo riconoscendo questo possiamo sperare di costruire una società più umana, più vicina all’amore e alla responsabilità reciproca.
Scusami don Matteo, si scusami per esserti passato vicino e non essere riuscito ad essere Parola, scusami per esserti passato vicino e non essermi fermato ad ascoltare i tuoi occhi, i tuoi silenzi, scusami don Matteo.
A-Dio don Matteo, che ha il sapore del non vedersi più, ma porta con sé la certezza che un giorno ci rivedremo in Dio.
A cura del Dott. Michele Colasuonno